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Il reskilling o riqualificazione professionale
4 luglio 2023
Apprendere nuove competenze o aggiornare quelle già in possesso sono requisiti fondamentali nel mercato del lavoro contemporaneo. Il processo riguarda tanto i lavoratori quanto le aziende e prende il nome di reskilling o riqualificazione professionale. È un valore aggiunto per affrontare le nuove sfide con ottimismo e fiducia. 

Che cos’è il reskilling? 

Con il termine reskilling si indica la capacità di acquisire nuove competenze da parte di un lavoratore chiamato a svolgere una nuova mansione rispetto a quella abituale

Apprende così quelle conoscenze che occorrono per una carriera professionale che evolve, a seconda delle necessità dell’azienda o del mercato. 

Ha registrato un deciso impulso con la pandemia di COVID-19 e con l’accelerazione nella ricerca e nello sviluppo di nuovi strumenti tecnologicamente avanzati. Basta soltanto considerare l’impatto dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro: alcune attività saranno delegate all’AI, obbligando lavoratori e aziende a reinventarsi

Questo scenario però non deve essere vissuto solo come una minaccia e il reskilling viene in aiuto. Il lavoratore che teme di perdere il posto trova in questo processo la possibilità di crescita che lo porterà a gestire ruoli e compiti più complessi, con una preparazione adeguata. 

È un investimento da adottare con convinzione e la giusta predisposizione. Questi percorsi di riqualificazione professionale sviluppano le potenzialità dei singoli lavoratori o professionisti, garantendogli l’opportunità di crescita di ruolo e responsabilità. 

I benefici sono dunque duplici

  • Un’azienda può così puntare sulla propria forza lavoro senza dover andare a cercare nuove figure per coprire le posizioni vacanti. In questo modo si ottimizzando anche gli sforzi delle risorse umane che possono concentrarsi su individui di cui conoscono già profili e potenzialità. 
  • I lavoratori si sentono gratificati e premiati. Rafforzano il legame con la realtà nella quale operano, elemento particolarmente importante nel momento in cui si ricoprire un ruolo con maggiore responsabilità e richieste. A sentirsi incoraggiati sono soprattutto i lavoratori dei livelli più bassi, ma anche i manager possono trovare nuovi stimoli. 

Il reskilling può essere affidato ad esperti di HR e formazione, con i quali organizzare un programma da seguire dopo aver identificato quali sono le skills su cui lavorare. Esistono piattaforme di e-learning che permettono di partecipare da remoto, superando così eventuali ostacoli fisici e temporali. 

Le opportunità non mancano. 


Cosa si intende per upskilling? 

In questo contesto di percorsi formativi rivolti ai lavoratori, si inserisce anche l’upskilling. Non bisogna però confondere le due cose perché reskilling e upskilling si sviluppano in due modi diversi

  • Il reskilling, come già sottolineato, punta allo sviluppo delle competenze necessarie per le nuove mansioni attribuite
  • L’upskilling, invece, prevede una formazione perché il lavoratore acquisisca nuove competenze con le quali continuare a svolgere il proprio lavoro, senza cambiare area o campo

La finalità dell’upskilling ha molti tratti in comune con il reskilling. 

  • I lavoratori possono migliorare le tecniche e la preparazione di cui già dispongono, ottimizzando la produttività e sentendosi valorizzati, in attesa di uno scatto professionale. 
  • Di riflesso, l’azienda non può che beneficiare di un ambiente di lavoro sereno e coinvolgente e più produttivo. Resta competitiva ed è capace di garantire continuamente un servizio o un prodotto di qualità. Intraprendere questi corsi di riqualificazione professionale giova all’immagine dell’impresa stessa, che verrà vista come una realtà che scommette sulle persone in organico. Attira così l’attenzione di lavoratori e professionisti in cerca di sbocchi e stimoli


Che cosa valorizza il reskilling?

Punto centrale attorno al quale ruota il reskilling è l’apprendimento o il rafforzamento delle cosiddette soft skills. Sono le abilità personali legate all’intelligenza emotiva e alle abilità naturali. 

Sono identificate come competenze trasversali, perché non sono propriamente tecniche. Al contrario, riguardano il modo con cui ci si rapporta con gli altri o si affrontano determinate situazioni. 

Tra le soft skills rientrano

  • la capacità di comunicazione; 
  • il problem solving; 
  • la gestione delle tempistiche; 
  • l’adattabilità; la leadership; 
  • la collaborazione e l’ascolto attivo; 
  • l’intelligenza emotiva. 

Coincidono con quelle più richieste secondo l’indagine “Future of Jobs 2020” condotta dal World Economic Forum e che vede la voce “pensiero analitico e capacità di innovazione” al primo posto. 

Seguono: 

  • apprendimento attivo e capacità di elaborare strategie di apprendimento; 
  • capacità di risolvere problemi complessi; 
  • pensiero critico e capacità di analisi; 
  • creatività, originalità e spirito di iniziativa. 

Giocano un ruolo importante nelle fasi di selezione per una candidatura, ma non diventano per questo meno importanti. Una nuova posizione lavorativa, solitamente di livello superiore a quella che si sta svolgendo, esige il potenziamento di alcune di esse. Il lavoratore con adeguate soft skills ha una capacità maggiore di adattarsi a situazioni che evolvono


Quali sono le hard skills?

D’altra parte la riqualificazione professionale coinvolge anche le competenze più propriamente tecniche, vale a dire le hard skills. Sono quelle che si consolidano attraverso gli studi e i corsi di formazione, con certificati e diplomi. 

Al primo posto tra le hard skills compaiono oggi le competenze digitali e le conoscenze, in generale, sulle nuove tecnologie. Se le generazioni più recenti possiedono questo tipo di skills, quelle più anziane hanno bisogno di restare al passo con i tempi e di aggiornarsi con più continuità. Non è un caso che le politiche aziendali di reskilling interessino anche i lavoratori maturi o over 40

Con il loro bagaglio di esperienze sul campo, restano una risorsa importante per le aziende sulla quale continuare a progettare e investire. Secondo l’Istat, inoltre, l’età media dei lavoratori italiani è di 44 anni ed aumenta di circa 6 mesi ogni anno. L’Italia è anche lo stato europeo con l’età media più alta: 48 anni. 

Parallelamente, la trasformazione digitale prosegue spedita a grandi passi e non si limita alle grandi realtà imprenditoriali, ma impatta anche su quelle medio-piccole. Ecco allora che la combinazione tra soft e hard skills è inevitabile: spirito di adattamento di fronte alle nuove esigenze e abilità tecniche per potenziare il rendimento lavorativo. 

La motivazione è essenziale. Il lavoratore deve capire che la riqualificazione professionale è un’arma in più a sua disposizione e che deve uscire dalla comfort-zone che, a lungo andare, diventa inevitabile. Se in precedenza una persona era deputata a compiere lo stesso incarico per molti anni, oggi questo modello non è più sostenibile

L’aggiornamento è parte integrante di una carriera. Il profilo professionale si rafforza e non corre il rischio di diventare obsoleto.